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Il Piemonte del Crimine
Nel filone dei gialli veri, realmente consumatisi in un passato più o meno recente, si inserisce l’ultima fatica del giornalista torinese Piero Abrate “Il Piemonte del crimine - Storie maledette” edito dalla genovese Servizi Editoriali, che viene distribuito proprio in questi giorni nelle librerie al prezzo di copertina di euro 14,90.
Nel libro l’autore descrive vicende realmente accadute della cronaca nera piemontese, soggetto che gli anglosassoni definiscono come “true crime”. Con la sola eccezione della storia della Jena di San Giorgio, avvenuta nel 1835 nei primi anni del regno del re Carlo Alberto, i fatti criminosi descritti appartengono tutti al Novecento e alcuni sono cronologicamente molto vicini a noi. Sono esposti secondo un personale ma condivisibile criterio di suddivisione che privilegia gli aspetti più immediati e percepibili della storia.
Le storie sono 23 in tutto, raggruppate in capitoli che in qualche modo le accomunano: “Trasgressione e morte”, “Parenti serpenti”, “Serial killer”. Gli ultimi due capitoli sono molto interessanti, anche perché non sempre presenti in questo tipo di raccolte, “La giustizia fra errori e orrori”, che affaccia il doloroso argomento degli errori giudiziari e quello conclusivo che illustra alcuni clamorosi casi non risolti, quasi a ricordare che «il delitto perfetto non esiste, esistono investigatori distratti».
La suddivisione in capitoli permette di rendersi conto come, per lo stesso delitto, sostanzialmente immutabile, cambiano con il tempo gli aspetti di contorno e anche la personalità dei protagonisti e degli attori principali, a ulteriore conferma dell’affermazione del criminologo transalpino Alexandre Lacassagne: «Ogni società ha i criminali che si merita».
Argomenti e temi che potrebbero indurre il lettore ad un circospetto accostamento, nel timore di ponderose trattazioni, di dotte analisi, di sussiegose dissertazioni magari associate a descrizioni cruente e troppo realistiche. Niente di tutto questo. Il libro, che si avvale di un contributo introduttivo di Milo Julini, è di piacevole lettura: Piero Abrate sa descrivere queste vicende dolorose con agile penna, in modo da renderle coinvolgenti per il lettore, senza morbosità e sempre adeguatamente contestualizzate.
Non mancano ovviamente anche le storie in qualche modo legate a Biellese e Vercellese. Del capitolo “Parenti serpenti” fa parte, infatti la tragedia di Benna. Protagonista è Massimo Bosso, un giovane di 18 anni che nell’arco di un paio d’ore uccide padre e madre e poi, come se nulla fosse accaduto, va in pizzeria con gli amici. A scoprire il duplice omicidio è la zia che trova il giovane sconvolto nel cortile. «Ci hanno rapinati»., dice in lacrime, ma gli inquirenti non credono che quel trambusto nella stanza con tutti i cassetti rovesciati maldestramente sia opera di malviventi esterni. Messo alla strette Massimo confessa e nel 1988 a Novara la Corte d’Assise lo condanna a 15 anni di carcere. Pena che viene confermata l’anno successivo dai magistrati torinesi. In carcere il ragazzo parla poco e non socializza con gli altri detenuti; già nel 1992 riesce ad ottenere un permesso e due anni dopo la semilibertà. Si stabilisce nell’Alessandrino dove cerca di rifarsi una vita. Sul finire degli Anni Novanta si ammala gravemente di ulcera e nel 2000 muore dopo lunghi giorni di agonia. A chi lo assiste al capezzale ripete: «Il Signore non mi perdonerà mai per quello che ho fatto. Sto pagando qui sulla terra e continuerò a pagare anche quando non ci sarò più».
Sempre del capitolo “Parenti serpenti” fa parte anche la storia di Doretta Graneris, la giovane vercellese che a metà degli Anni Settanta venne soprannominata la belva di Vercelli per aver ucciso con il fidanzato Guido Badini tutta la famiglia, mamma, papà, nonni e un fratellino di 13 anni. A 30 anni di distanza da quella terribile sera del 13 novembre 1975, Doretta Graneris ha pagato il suo debito con la giustizia In carcere ha studiato e si è laureata, ma non ha mai chiesto perdono agli zii, i sopravvissuti della famiglia. Non perché non desideri ottenerlo, ma perché non intende riaprire ferite mai guarire e che probabilmente non guariranno mai.
Piero Abrate, giornalista e scrittore è nato nel 1955. Ha lavorato per anni come redattore nei quotidiani Stampa Sera e La Stampa ed attualmente dirige il settimanale La Nuova diffuso nell’area nord di Torino. In passato ha diretto il quotidiano Torino Sera. E’ autore di saggi sulla storia del giornalismo e il suo ultimo lavoro “Cento anni di cinema in Piemonte” (Abacus edizioni) l’ha condiviso con l’amico giornalista Germano Longo.
Piero Abrate, Il Piemonte del crimine - Storie maledette, Edizioni Servizi Editoriali, Genova, 2006, euro 14,90
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